Il CorpoCheSono: DOLORE

maggio 24th, 2017

“I tuoi occhi mi spezzano il Cuore”

Articolo di Regina Moretto, foto di Stephen Carrol.

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Il 9-10-11 giugno ai Masot ci sarà il Gruppo BP Internazionale.

Ci torno dopo un po’ di tempo, ci torno con gratitudine, perché, da quel primo gruppo nel 2006 (11 anni fa) molte cose sono cambiate. In meglio.

Condivido quella mia esperienza per quelli che conoscono le emozioni e per quelli che sono curiosi di scoprire cosa può succedere in un gruppo, di così potente da cambiare la vita.

Dedicato a Ingemar Arn, con amore e gratitudine.

Regina

Masot Belluno, 23 aprile 2006

Vivere. Bell’argomento.

Vivere costa fatica. Vivere fa paura.

Il poeta lo chiamava il “male di vivere”: “oggi il male di vivere ho incontrato…“.

Dopo il mio Primo Gruppo BP si era tolto un tappo che teneva le mie viscere ben inscatolate e sotto vuoto. Mi percepivo come un elemento liquido in perenne ebollizione. E da questa ebollizione a volte partivano schizzi bollenti, a volte vapore caldo. A volte, purtroppo, mi sentivo come se il liquido tracimasse. Silenzioso, ma implacabile, con moto inarrestabile.

La prima onda d’urto che aveva spezzato l’involucro plastificato nel quale mi ero rinchiusa per NON sentire il Mio Dolore si stava ritirando per lasciare una palude di acqua stagnante, nella quale mi dibattevo come un pesce in agonia. Sentivo che l’elemento vitale era lì, a pochi metri da me, ma la Paura mi teneva ancorata alla pozzanghera, in cui cercavo di risucchiare ciò di cui avevo bisogno.

In questo stato emotivo sono arrivata al Primo Gruppo Internazionale: dentro a un Dolore a cui non sapevo dare il nome. A posteriori mi dico che quel gruppo, in cui si parlavano molte lingue, era proprio il posto giusto per un Dolore Senza Etichetta, Senza Patria, Senza Lingua Madre. Un dolore intraducibile a parole: l’unica via per comunicarlo erano le mie viscere urlanti.

Il venerdì sera sto sulle mie, aiutata dalla lingua inglese, che limita la comunicazione.

Come sempre mi esprimo cercando parole precise, per le quali non posso comunque controllare l’esattezza della traduzione. Mio unico conforto la natura: le stelle, il cielo, gli alberi, le montagne che circondano la Casa dei Masot. A un certo punto tocca andare a letto: snervata dallo sforzo, frustrata dall’inutilità della fatica comunicativa, mi rigiro nella consueta notte insonne.

Ho freddo. Persino la testa è fredda. Finalmente arriva il mattino.

Usciamo. Gli esercizi a tempo di rock e le montagne mi danno un po’ di energia.

Un cane abbaia disperato: la proprietaria l’ha dovuto chiudere in una stanza e lui protesta.

Non riesco a concentrarmi su nulla, tanto meno su di me.

Il cane mi mette agitazione. Mi sento solidale con lui. Mi sento in trappola.

Lui almeno abbaia. Io non riesco nemmeno a parlare.

Come in trance mi ritrovo a fare esercizi di contatto visivo. E’ lì che incontro gli occhi di un uomo anziano, che “mi spezzano il cuore”, come si usa dire.

Il liquido interno trabocca. La sensazione è esattamente quella di un recipiente che trabocca o di un pozzo ove il livello dell’acqua si alzi lentamente ma inesorabilmente.

Piango, piango, piango.

Quando rientriamo sono di nuovo paralizzata: mi sento soffocare dalle lacrime e non riesco a respirare, mi sento in trappola più che mai. E’ a quel punto che un sussulto vitale mi scuote. Mi dico: “ma che cazzo stai facendo? perché spreco un’occasione? fai qualcosa! – mi dico – urla! chiedi aiuto!”.

La mia mano si alza quasi in automatico: “HELP, HELP HELP!”

Questo lo so dire anche in inglese. Il punto non è conoscere il termine, ma trovare la forza, la voce, l’energia, la volontà di pronunciarlo.

L’azione più ardua: chiedere aiuto.

Sicuramente non è il vocabolo che fa accorrere Martien.

Credo proprio sia il tono accorato della mia voce.

Martien mi guarda.

STO MALE! – mi dice – incoraggiandomi a ripeterlo.

STO MALE, STO MALE, STO MALE, STO MALE

MALE MALE MALE MALE MALE!

Sembra un mantra.

MALE MALE MALE MALE MALE MALEEEEEEEEEE!!!

Se non gli do un senso sento che non ne uscirò.

Mi ci accartoccerò dentro e mi schiaccerà.

Urlo.

Urlo BASTAAAAAA!

BASTA BASTA BASTA BASTA BASTAAAAAAAA!!!

Urlo piangendo, BASTA MERDAAAAA!!!

Urlo. Urlo forte. Più forte. Fortissimo.

E riesco a riemergere.

Passo due giorni piangendo in continuazione.

In qualche modo la sera riconquisto la mia gelida cuccia. In qualche modo dormo.

E’ già un successo.

Domenica mattina si fa la meditazione con la benda.

Esperienza terribile.

Nessuno vede nessuno. Un mondo di ciechi. Penso a Cecità di Saramago e questo mi aumenta il senso di angoscia. Respiro convulsamente e non sento altro se non il mio respiro. Mi strozzo, mi viene da vomitare, mi sento stanca, stanchissima, sfinita. Mi rannicchio su me stessa, mi accuccio quasi. Vorrei potermene stare tranquilla in un confortevole cantuccio a leccarmi le ferite. Ci provo. Per un po’ funziona. Mi sembra che la musica mi culli. Piango sotto la benda, ma è un pianto consolatorio e quasi dolce.

Ondeggio, mi abbraccio, mi scaldo.

SBAMMMMM!!!

SBAMMMMM???

SBAMMMMM!!!

Sono gli Altri, i Terribili Altri, che purtroppo esistono anche loro. Anche loro bendati come me. Anche loro non vedono dove vanno, né chi c’è intorno a loro. La differenza tra Loro e Me è che Io vorrei non esserci, perciò non mi muovo, mi tengo stretta tra le mie stesse braccia e cerco di cullarmi, ma Loro invece si muovono, mi sbattono contro, mi calpestano, mi spingono, mi camminano sopra.

“Svegliati!” – mi dico – “se non ti fai sentire questi ti schiacciano, ti fanno a pezzi, ti distruggono“.

Urlo.

Urlo per esserci. Urlo per farmi sentire. Urlo per sentirmi. Urlo per proteggermi. Urlo per difendermi.

Uso il grido e la voce per tenere gli Altri lontani da me.

Li uso come un segnale. Come un avvertimento.

“Attenzione! qui ci sono io! non calpestatemi per piacere!”.

Mi manca l’aria.

Urlo con Paura, ma sento che questa Paura comincia a trasformarsi in qualcosa a cui ancora non so (o non voglio) dare un nome. Mi sento infastidita, stizzita dalle Presenze Invadenti. Mi sembra che il mio spazio vitale sia conteso da estranei che non hanno diritto a stare lì. Sento il bisogno di espandermi, di allargare le braccia, di roteare, di vorticare, di OCCUPARE posto intorno a me.

Sento caldo.

Mi sento.

Mi sento indignata.

MI SENTO ARRABBIATA.

Mi sto arrabbiando.

Mi sto arrabbiando!

Mi sto arrabbiando?

NON E’ POSSIBILE! LE BAMBINE NON POSSONO ARRABBIARSI.

Negazione. Mi nego il diritto. Quindi mi limito a gridare la Mia Paura e il Mio Dolore.

Torno a casa “Carica Di Lacrime”, ma DENTRO DENTRO qualcosa è cambiato.

Gruppo BP Internazionale con Martien Kooyman e Ramon Vega
Masot di Crede, 9/10/11 giugno

Iscrizioni: da lunedì a venerdì ore 8-18
Tel. 0437 29.25.61 – Mob. 349 732.71.26 – 340 797.08.95
E-mail: info@ceisbelluno.org

Una giornata (quasi) perfetta

aprile 12th, 2017

Vittorio Veneto (TV) 
TERZO CICLO di Consulenza Emozionale Aziendale

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Al termine di un soddisfacente pomeriggio di lavoro, sali sereno in macchina, accendi la radio e ti lasci alle spalle i tuoi doveri professionali per dedicarti ai piccoli piaceri di fine giornata. 

Lungo la strada di  ritorno, decidi di fermarti al supermercato per prendere qualcosa per cena. Metti la freccia, entri nel grande parcheggio e tra le file di auto posteggiate, cerchi uno spazio libero. 

Trovato! Schiacci il pedale del freno e la macchina si arresta per una frazione di secondo. Giri automaticamente il volante, prima inserita e quatto quatto ti avvii ad occupare quello che – nella tua mente – è giù il TUO posto. 

In quel preciso momento, scatta l’inghippo. Dall’altro lato, schizza a tutta velocità una micro-machine indiavolata che si infila nel TUO parcheggio ancor prima che tu abbia finito di formulare il pensiero “oh cavolo, mi sta rubando il posto”.

Il confine che corre tra prendere il cric dal bagagliaio e la serena conclusione di una giornata perfetta sta nel TUO libero arbitrio.

Puoi scegliere se dar platealmente sfogo alla rabbia per l’ingiustizia subita, alla paura di non contare proprio nulla o al dolore per non essere stato più sveglio dell’altro e rinunciare a far la spesa, trascinandoti a casa di malumore ; oppure puoi scegliere di rimanere, di andare oltre quell’episodio, di darti l’opportunità di accettare la situazione e portare a termine il tuo programma in totale serenità.

Questa dinamica tipica della vita quotidiana, si ripete anche in azienda.

Innumerevoli sono le volte in cui, con i nostri collaboratori o colleghi, entriamo in contrasto per futili motivi che annebbiano la mente e ci impediscono di raggiungere l’obiettivo.

Nel posto di lavoro ci dimentichiamo che chi è ci è intorno non è lì per “rubare” qualcosa o per “farci del male”. Tutti, in azienda, vogliamo riuscire a “entrare nel supermercato per fare la spesa”. C’è chi ci arriva con piacere ed ottimismo, ma dobbiamo considerare che c’è anche chi ci arriva a tutta birra, preso da chissà quale pensiero o stato emotivo. Sta a ognuno di noi decidere come reagire ed essere consapevole che, nel bene o nel male, quella decisione avrà ripercussioni su noi stessi e su tutto il gruppo.

Come si fa, in azienda, a smettere di lottare per il MIO-TUO e iniziare a creare appartenenza? Investendo su Piacere, Amore e Senso.

Se si creano accordo, aiuto e riconoscimento reciproci, se c’è attenzione per l’altro e condivisione nei momenti di festa, allora sarà il piacere (e non il dovere) a guidare al lavoro, arricchendo la qualità delle prestazioni dell’intero gruppo.

Se si diffondono libera comunicazione, amicizia lavorativa, apertura alle emozioni, empatia e complicità, l’energia dell’amore si trasformerà in un affetto sincero e, quindi, in uno spirito di vera unione.

Se si realizza la piena condivisione d’intenti, la crescita e la formazione continua, la raccolta di proposte o idee per migliorare i risultati già raggiunti, allora l’azienda assume un senso, una piena oggettività dell’energia sviluppata al suo interno dalle emozioni di piacere e amore.

L’azienda è fatta di persone come noi, che come tali vogliono essere riconosciute, con le loro prospettive di vita e il loro bisogno di appartenenza al gruppo. Anche quando sbagliano.

Il segreto è arrivare ad un senso che ci spinga ad andare oltre. Dopotutto, a pensarci bene, anche tu – almeno una volta – sei stato dalla parte della micro-machine indiavolata che ha reso la giornata di un altro (quasi) perfetta.

Se vuoi smettere di portare a casa i malumori che raccogli in azienda o nella vita di tutti i giorni e imparare ad accettare alcune situazioni per poterle migliorare, UNISCITI A NOI!

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Valore è volare

novembre 16th, 2016

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Qualunque sia la tua attività, professione o mansione lavorativa, la scelta è molto semplice:

Vuoi lavorare per il prezzo o per il valore?

Se decidi di lavorare per il prezzo, ti metti al servizio del sistema contrattualistico. Il frutto del tuo lavoro (manuale o intellettuale) sarà ridotto ad un significato soggettivo, opinabile e personale, quantificato in una manciata di euro e nulla più. Ti poni in una condizione di debolezza, perché la tua controparte (cliente o datore di lavoro) sarà sempre disposta a lasciarti per salire sul carro di chi applica un prezzo inferiore. I soldi, l’utile, il profitto, la paga o lo stipendio sono strumenti che innalzano barricate, anziché costruire duraturi ponti di relazione.

Se decidi di lavorare per il valore, allora diventi inestimabile. Lavorare per il valore significa mettersi al servizio delle altre persone e donare una propria capacità intellettiva o abilità manuale per la crescita fisica, psichica, morale e spirituale dell’intera comunità. Il lavoro diventa valore quando è svolto con qualità (a prescindere della somma in denaro corrisposta) ed è in grado di creare relazione con l’altro. Se non ti pieghi alla logica del profitto/guadagno, il frutto del tuo lavoro diventa un bene oggettivo, riconosciuto e universale: un qualcosa di prezioso che nessuno può toglierti, che ti rende unico e insostituibile. Il successo finanziario sarà conseguenza (e non obiettivo) del tuo lavoro.

L’azienda è un valore immenso, proprio perché crea lavoro per il singolo e benessere per la comunità.

Alla luce di questa consapevolezza, occorre riformulare il concetto di azienda, e di rapporti personali che in essa si instaurano, basandosi sul senso di appartenenza comunitario. Come all’interno di una famiglia solida, in cui convivono libertà del singolo, sovranità riconosciuta, parità tra tutti i membri, democrazia, partecipazione alle decisioni, solidarietà, impegno nel lavoro, cultura diffusa, mutualità, legalità, giustizia e pace.

Chi vive questa dinamica nel luogo di appartenenza (famiglia, ma anche azienda) costruisce il tempo presente, prepara speranza al futuro, crea una continua rete di auto-promozione  e garantisce la continuità generazionale.

Gli esempi di successo nel nostro territorio non mancano: dalle multinazionali che riconoscono i bisogni dei dipendenti, alle startup che attraggono i giovani talenti offrendo loro speranza e futuro. Il tutto, come sempre, parte dall’individuo, dalla sua motivazione a migliorare e a investire nel valore di chi lo circonda.

Se hai deciso di lavorare per il valore e vuoi conoscere degli strumenti pratici per proseguire nel tuo cammino, UNISCITI A NOI.

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Neghi la morte? Neghi la vita!

ottobre 20th, 2016

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Quanti tipi di lutto colpiscono la vita di una persona?

La perdita di un familiare, amico o collega. La disgrazia di perdere una facoltà fisica o psichica. Il mancato raggiungimento di un obiettivo professionale o la perdita del posto di lavoro. Il furto di un oggetto importante, la morte di un animale domestico, l’impossibilità di ripetere le abitudini quotidiane.

Che cos’è, quindi, il lutto?

La società di oggi è implacabile, ci spinge a vivere il lutto come una malattia (da curare con i farmaci) o come un vuoto da riempire (con altre cose da fare o prodotti da comprare). Ci esorta al rimpianto, al rifiuto, al controllo, anche se il lutto non ha niente a che fare con questi stati d’animo.

Ridare senso al lutto, in qualsiasi sua forma, significa comprendere ciò che è realmente:

  • un’emozione di dolore e sofferenza, legata alla perdita di una persona, facoltà o rituale di vita;
  • un’esperienza normale e naturale, che ci proietta a ritroso fino al momento del parto e della nostra nascita;
  • un processo di cicatrizzazione, di riparazione e di guarigione, sia psichica che spirituale;
  • una relazione nuova trasformata, con se stessi e verso gli altri.

Come si affronta il lutto?

Utilizzando due strumenti essenziali: un rituale di gruppo e il tempo. Un rituale, perché il lutto si vive anche in relazione con gli altri: esso tocca sì la persona, ma porta con sé importanti implicazioni per l’intera comunità che lo circonda (famiglia, amici, azienda, società). Il tempo, perché occorre rispettare delle fasi che facilitano l’elaborazione del dolore e il processo di guarigione:

  • tristezza, dolore, pianto e trauma da choc, prevalentemente legati alla fase iniziale;
  • rifiuto e negazione, utili per fronteggiare il momento e proteggere dal crollo;
  • rabbia ed espressione di emozioni/sentimenti, che scaricano le tensioni;
  • senso e significato della perdita, ovvero l’accettazione di ciò che è accaduto;
  • riconciliazione e perdono, indispensabili per ritrovare l’equilibrio emotivo;
  • distacco ed eredità, ossia il “lasciar partire” ciò che è stato;
  • presenza a dimensione diversa, che portano alla pace e alla tranquillità.

Prendersi la vicinanza e il tempo. Dare vicinanza e tempo all’altro.

L’appartenenza è il segreto per affrontare la perdita e per stare accanto a chi la perdita l’ha subita. Questo significa passare dal negare il lutto (quindi, dal negare la morte e dal negare la vita stessa) a coronare la propria esistenza anche attraverso la perdita.

Grazie alla relazione con l’altro e superate le tappe, si potrà finalmente lasciar andare l’evento passato e affermare liberamente:

Sono contento d’averti conosciuto e amato, mi appartieni nella memoria.

Se le risposte convenzionali non ti soddisfano più e sei alla ricerca di un nuovo senso per la tua vita, CONTATTACI ORA!

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Famiglia in Azienda? Sì, a patto che…

luglio 13th, 2016

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Scarpis, Murer, Fabbro, Bottegal, Moliner, Vaccaro… la famiglia, in azienda, c’è sempre stata.

Un legame talmente radicato nella storia italiana, che intere dinastie devono il proprio cognome al mestiere esercitato dai loro antenati. Una tradizione economica e sociale che ci ha premiato a livello mondiale, riuscendo a tramandare, di generazione in generazione, un sapere artigiano rivolto non solo all’utile e al funzionale, ma soprattutto al bello e al gusto artistico.

L’azienda familiare oggi: un modello in crisi.

Sotto le spinte di un mercato globale, sempre più veloce e omologante, famiglia e azienda hanno subito un duro contraccolpo: attività familiari al collasso, patrimoni dissipati dalle ultime generazioni, tensioni e rancori che si rincorrono tra casa e posto di lavoro, sono i sintomi di un equilibrio insano tra legame affettivo e attività imprenditoriale.

Famiglia in azienda? Sì, a patto che…

Riportare armonia all’interno delle attività a conduzione familiare, e garantire il corretto passaggio generazionale delle imprese, è una sfida che non possiamo permetterci di perdere. Per farlo dobbiamo sforzarci di ripartire da tre atteggiamenti basilari.

1.       Il ripristino della cultura del lavoro all’interno della famiglia.

Le “nuove leve” dell’imprenditoria credono sia sufficiente svolgere un mestiere per guadagnarsi da vivere: svolgono attività che chiunque è in grado di portare avanti, più o meno bene, senza esserne emotivamente coinvolte, perché orientate al mero guadagno.

In realtà, l’impresa familiare di successo, sa che lavorare non ha niente a che vedere con lo svolgere un mestiere/mansione. Il lavoro prevede un percorso di crescita e di formazione (la “gavetta”), una totale competenza e padronanza di tutte le aree dell’attività aziendale, l’indiscussa autorità del titolare o capomastro e il focus rivolto allo specifico bisogno che si andrà a soddisfare.

2.       La reale coincidenza tra bisogni della persona e bisogni dell’azienda.

L’errore gigantesco è “piazzare” un familiare in un posto di lavoro, senza tener conto delle necessità della persona e dall’azienda. E’ per questo che si finisce con trovare spiriti creativi incatenati nell’ufficio contabile oppure geni innovatori relegati nel magazzino oppure giovani ambiziosi – senza alcuna preparazione – messi ai vertici dell’azienda per puri giochi di potere tra soci/parenti.

Nelle aziende che sanno mettere “la persona giusta nel posto giusto”, invece, si respira un’aria di coerenza e sintonia che rafforza i legami, sia tra parenti che collaboratori, fino ad accrescere le prestazioni dell’intera impresa.

3.       L’intervento di “parti terze”, esterne alle dinamiche relazionali.

I legami parentali sono destinati a venire sempre prima delle necessità aziendali: per questo c’è chi continua a lavorare solo per denaro, chi si limita a “possedere” l’azienda senza farla crescere, chi evita di assumersi precise responsabilità o di raggiungere accordi chiari, chi costantemente mina la ricerca di una vision condivisa, chi beneficia di utili, premi o promozioni senza averne merito e via dicendo.

Il ruolo dei consulenti esterni – in particolare del counseling emozionale – è quello di offrire un punto di vista esterno e imparziale su tutte queste dinamiche: ricalibrare il sistema, tenendo conto delle esigenze di tutte le persone coinvolte (parenti e non), è l’unico modo per salvaguardare i rapporti familiari e, al contempo, tutelare il futuro dell’azienda.

Fai della tua famiglia un valore aggiunto per la tua azienda!

Pensi che i rapporti con la tua famiglia precludano lo sviluppo della tua azienda? Credi che i rapporti familiari e aziendali possano migliorare di pari passo o vuoi comprendere come gli interessi dei tuoi cari possano coincidere con la prosperità della tua attività d’impresa? CONTATTACI!

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Il Piacere di Respirare

giugno 15th, 2016

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Corpo rigido. Viso teso. Crampi che si arrampicano lungo i muscoli. Una sensazione di timore che prepara l’agguato al respiro.

Perché, alla fine, smetti di respirare. Strozzato dall’ansia del controllo, incapace di rallentare i ritmi, impossibilitato a spegnere il cervello insieme alle luci dell’ufficio o alla lampada del comodino.

Ora, prova questo… Siediti comodo. Gambe, sedere e busto ad angolo retto. Abbassa le spalle, lontane dalle orecchie. E, adesso, respira buttando lentamente fuori l’aria. Inspira dal naso ed espira lentamente dalla bocca.

Non devi pensare a nulla. Solo respirare consapevolmente, qui ed ora.

Sei vivo.  Lascia il peso del tuo corpo alla terra. La terra porta tutto, la terra può sopportare la tua tensione. Chiudi gli occhi e respira fino in fondo.

Paura di essere in ritardo? Paura di sbagliare? Paura di non essere all’altezza? Paura di non raggiungere l’obiettivo? Paura di fallire? Paura di non essere amato?

La paura toglie il fiato. Invece di vivere appieno il presente, salti da una tensione emotiva all’altra: la dispersione di energia si traduce in esaurimento.

Prima di sederti sul lettino di uno psicologico o di prendere sonniferi per dormire la notte, valuta una semplice alternativa.

Fermati e ritrova il piacere di respirare. Ti aspettiamo sabato 2 luglio a Vittorio Veneto (TV) per il corso di Counseling Emozionale Aziendale oppure il 22/23/24 luglio a Forno di Zoldo (BL) con il Gruppo Contatto.

INFO ONLINE  
Counseling Emozionale Aziendale, link www.emozionionline.org/cea
Gruppo Contatto, link www.emozionionline.org/gruppo-contatto-bp

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Guardare l’Emozione: il potere della visualizzazione.

maggio 11th, 2016

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Contrastare gli stati di ansia, eliminare l’accumulo di stress e ritrovare la giusta serenità emotiva.

In azienda e nella vita, suonano come delle “leggende metropolitane”: tutti ne parlano, ma nessuno li ha mai sperimentati in prima persona. Per capire come questi lontani miraggi possano trasformarsi in fresche oasi nella rovente sabbia della socialità, occorre fare un passo indietro.

Fin dalla prima infanzia, l’essere umano sviluppa un cervello relazionale.

Questo permette a ciascuno di regolare gli stati fisiologici e comportamentali e, da bambini, viene alimentato dal rapporto materno (e genitoriale in genere) attraverso momenti di sintonia emotiva, empatia, relazione interattiva, accudimento, gioco e rilassamento. Anche di fronte agli inevitabili momenti di “rottura”, bambino e genitore possono attuare dei meccanismi di riparazione, in grado di ristabilire una giusta sintonia con semplici gesti di vicinanza e appartenenza (abbracci, coccole, sguardi amorevoli, toni dolci e amichevoli).

Raggiunta l’età adulta, però, intervengono gli schemi comportamentali e i meccanismi automatici.

Questi inducono ad avvicinarsi o difendersi, compromettendo lo stato di sintonia, sia verso il proprio essere interiore che in relazione alle altre persone. Nel momento in cui si realizza questa discrepanza, l’emozione – che non ha trovato un adeguato riconoscimento e che non viene integrata con le aree più evolute della mente –  rimane attiva e viene gestita dalle aree più primitive del cervello, quelle legate alle basilari reazioni umane (attacco, fuga e immobilizzazione).

Questo spiega perché, sotto la spinta della paura, attiviamo azioni incontrollate, come attaccare chi ci sta di fronte (o noi stessi), scappare dalla situazione di tensione oppure evitare di prendere decisioni o di compiere azioni di qualunque tipo. Come venirne a capo? Dato che le reazioni primitive non sono la soluzione, come è possibile ripristinare la sintonia emotiva, anche nella fase adulta della nostra vita?

Utilizzando sapientemente l’arte dell’immaginazione.

Consiglia la dott.ssa Marisa Martinelli, psicologa e psicoterapeuta, esperta nell’accompagnare la persona lungo una visualizzazione guidata, in grado di ristabilire il contatto con le proprie emozioni.

L’immagine, infatti, crea un aggancio, sostiene, esprime, racconta qualcosa del proprio interiore, che all’improvviso diventa visibile, comunicabile e condivisibile. L’esperienza guidata si articola in vari livelli di profondità, che vanno da una generale sensazione di benessere e serenità alla gestione consapevole degli stati di ansia, fino alla risoluzione di profondi conflitti interiori.

Trovare al proprio interno un’immagine evocativa in cui rifugiarsi durante le situazioni di stress.

Ecco uno dei metodi più immediati per riportare il cervello nel presente. Le problematiche, e le conseguenti paure, infatti, si alimentano dei pensieri passati e delle congetture future: SENTIRE IL PRESENTE, grazie alle tecniche di visualizzazione, è la via per trovare risposte efficaci ai propri interiori. Ossia, a quelli reali.

Per approfondire le tecniche di visualizzazione e sperimentare uno spazio terapeutico, individuale o di gruppo, CONTATTA:

Studio di Psicologia dott.ssa Marisa Martinelli
Corso delle Terme n. 136, Montegrotto Terme PD
Cel. +39 333.9455084 – Email info@marisamartinelli.it
Info online www.marisamartinelli.it
Video YouTube https://www.youtube.com/watch?v=Gf5XbP4IWu4

Per prenotare la partecipazione al prossimo incontro di Counseling Emozionale Aziendale, CONTATTA:

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Marketing del Brivido? Spezza la catena della paura. Ritrova la libertà di scegliere.

aprile 20th, 2016

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Paura di rimanere calvo? Paura di non trovare l’anima gemella? Paura che la pensione non basti per arrivare a fine mese? Paura del dolore fisico?

Paura. Insieme al piacere, è una delle leve di marketing più utilizzata nei messaggi pubblicitari. Vediamo, per gradi, come funziona questo meccanismo.

1. Preparazione del terreno. Si individua una situazione anomala, anche comune o banale, ma che potenzialmente può mettere a rischio la salute, il benessere, il patrimonio o la stima sociale di una persona.

2. Diffusione di uno stato di tensione. La situazione di minaccia viene amplificata fino alle più improbabili estreme conseguenze, cercando di attirare coloro che sono facilmente preda dell’ansia e della paura.

3. Creazione di un aggancio tra paura e prodotto. Al culmine della tensione, il messaggio pubblicitario propone un miracoloso prodotto o servizio in grado di far fronte a qualsiasi rischio e di restituire la serenità perduta.

A prescindere che questo percorso-guidato verso una certa marca di prodotto o tipologia di servizio si concluda (o meno) con un valido e risolutivo acquisto, il vero pericolo risiede nella limitazione alla libertà di scelta dettata dalla paura irrazionale.

Perchè quando inizierai a perdere i capelli, penserai a quel prodotto per farli ricrescere. Perchè di fronte all’ennesimo due di picche, ti rivolgerai a quella agenzia di incontri online oppure utilizzerai quei cosmetici che stanno nelle prime pagine delle riviste. Perchè quando ti arriverà l’estratto conto dell’INPS, ti affiderai alla pensione integrativa di quella banca. Perchè quando hai mal di testa o mal di pancia, non ti darai il tempo di guarire, ma andrai a comprare quei medicinali per assicurarti che tutto passi in fretta.

La paura è l’emozione che ci avvisa che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Se prende il sopravvento, però, ci impedisce di vedere con chiarezza, di valutare le diverse opzioni disponibili e, quindi, di affrontare i problemi con consapevolezza. Come sfuggire a questa trappola inconscia? Ricorda:

FEAR stands for False Evidence Appearing Real, so don’t let FEAR conquer you, stand up and go with what you love.

La PAURA è una Falsa Prova che Sembra Vera. quindi non lasciare che la PAURA ti conquisti, si alzi e se ne vada con quello che ami.

Soprattutto, con la tua libertà di decidere per il meglio.

L’emozione di paura può incidere negativamente sulle scelte che tutti i giorni operi nella vita personale e professionale. Per tramutarla in un punto di forza, per te stesso o per la tua azienda, ISCRIVITI!

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L’energia della donne può cambiare il mondo… e l’azienda!

aprile 5th, 2016

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EOL - Blog - Donne

Una premessa.

Seguire una ricetta alla lettera non è sufficiente a garantire la buona riuscita di un piatto: la qualità degli ingredienti utilizzati in cucina è un elemento essenziale. Allo stesso modo, la performance positiva di un gruppo di lavoro, composto – in toto o in parte – da donne, non è data solo da processi tecnici, ma è direttamente proporzionale alla qualità dei rapporti relazionali instaurati al suo interno.

La donna crea, la donna distrugge.

Perché, a parità di competenze ed esperienza professionale, ci sono team di lavoro che funzionano e altri che si trascinano a rilento? In contesti lavorativi sempre più misti e competitivi, il rapporto uomo-donna (e soprattutto donna-donna) riveste un ruolo chiave nel raggiungimento dell’obiettivo aziendale.

Una donna consapevole delle proprie qualità, sufficientemente gratificata dai suoi pari e superiori, stimolata a prodigarsi a favore del gruppo in nome di un progetto condiviso, può trasformarsi in una risorsa preziosa per l’azienda. Viceversa, una donna preda dei sentimenti di rancore, gelosia, invidia, incapace di affermare la propria identità, costantemente sotto-valutata e sotto-stimata, diventa una bomba ad orologeria: prima o poi, il botto è destinato a far crollare la rete di relazioni che la circonda e, di conseguenza, a rallentare il raggiungimento degli obiettivi aziendali.

Come valorizzare il fattore donna all’interno di un’azienda? La lezione di Gesù.

Oltre 2000 anni fa, Gesù fu la prima figura innovativa a insinuarsi in una consolidata tradizione patriarcale: reclutò donne come discepole, sostenne la loro dignità e nella Resurrezione, al culmine della sua grandezza, scelse di rivelarsi prima a loro.

Questa esperienza si traduce oggi in alcune pratiche aziendali basilari:

  • in fase di selezione delle risorse, occorre tener conto non solo delle competenze tecniche, ma anche della propensione ad entrare in empatia e a creare relazioni con gli altri;
  • evitare di gestire i gruppi di lavoro solo in modo verticale, prevedendo momenti di scambio orizzontale che favoriscano democrazia e parità di espressione;
  • creare un sentimento di coinvolgimento e condivisione, che favorisca l’identificazione del singolo con il gruppo e l’obiettivo aziendale;
  • sostenere una comunicazione chiara e diretta, motivante e gratificante, che permetta di proiettare all’esterno il piacere basato sull’appartenenza.

Empatia, parità, identificazione nel gruppo, comunicazione efficace: fattori insiti nel dna femminile che aiutano imprese e progetti a decollare. Dopotutto, nel corso della storia, l’energia delle donne ha cambiato il mondo: immagina quale potenziale può apportare ad una singola azienda.

Vuoi capire come costruire gruppi vincenti, esaltando il fattore femminile? Oppure sei una donna che vuole fare la differenza all’interno di un’azienda o di un progetto? VIENI A CONOSCERCI:

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Le Regole Auree del NO Consapevole. Ovvero come sopravvivere al proprio altruismo.

marzo 15th, 2016

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EOL - Blog . No Consapevole

In azienda è successo di nuovo. Tocca sempre a te portare a compimento il lavoro altrui.

Dopotutto, cosa farebbero senza di te? Sei così generoso e altruista, sempre il primo a dare una mano! E loro, gli altri, così deboli e affaticati: stretti nella morsa delle continue emergenze.

Come dici? Fanno la pausa più lunga della tua e sono appena rientrati da ferie o malattie varie???

Al mio via, scatena l’inferno emozionale e devasta tutto ciò che hai intorno. ASPETTA! FORSE HAI UN’ALTERNATIVA. Leggi questa storia…

Nel bel mezzo di una gita in montagna, il bambino chiede al padre: “Mi porti lo zaino? Faccio tanta fatica…”. Il padre risponde: “Vedi che anche io porto uno zaino. Non posso portare anche il tuo”.

Il bambino rincara la dose: “Ma tu sei grande….” E il padre: “Infatti porto lo zaino più pesante”.

“Basta mi fermo!” protesta la voce infantile. “Mi fermo insieme a te e aspetto che recuperi le forze, ok?” dice lui.

Dopo la pausa e l’ultima estenuante salita, si apre un prato meraviglioso.  Il bambino dimentica la stanchezza e raggiunge di corsa gli amici per giocare a palla.

“Quello per poco mi faceva scemo! Altro che stanchezza, guarda come corre!” esclama il padre con un sorriso esperto.

Come vedi, portare lo zaino altrui è controproducente: non fai crescere chi ti sta attorno e tu rischi solo di fare fatica inutile e rovinarti il fegato con cattivi pensieri. Quindi, impara tre regole d’oro:

  1. Fatti richiedere, prima di offrire qualcosa.
  2. Fatti dare le dovute motivazioni prima di esaudire la richiesta.
  3. In caso di dubbi, di’ semplicemente “no”.

Vuoi allenarti a dire di “no” per aprire una discussione, una benigna condivisione anziché un dannoso carico di altrui responsabilità? CONTATTACI:

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